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Scola a San Martino in Balsamo

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Scola a Cinisello Balsamo: «Vivere insieme la Chiesa della città è una scelta intelligente e decisiva»

L’Arcivescovo ha avviato la Visita pastorale al Decanato alle porte di Milano, che comprende diverse realtà parrocchiali impegnate in un cammino di comunione e nella preparazione della Missione Cittadina

Cinisello Balsamo, 1 febbraio 2017. Proseguire sulla scelta «intelligente e decisiva» di «vivere insieme la Chiesa della città». Questa la “consegna” con cui il cardinale Scola ha aperto la Visita pastorale nel Decanato di Cinisello Balsamo (il 62° toccato): 7 parrocchie che svolgono la loro azione nel territorio della città, con i suoi 70 mila abitanti.

«Il riferimento della nostra attività è la Carta di Comunione per la Missione, elaborata dal 2010 per coordinarci meglio», dice il decano don Alberto Maria Capra, che legge il documento elaborato dal Consiglio pastorale decanale e spiega come in alcuni ambiti si lavori bene e in altri - «la corresponsabilità tra clero e laici o la sfida di intercettare i giovani» - persistano difficoltà. Proprio per questo ci si sta preparando all’indizione di una Missione Cittadina, conclude il Decano, cui sono accanto il vicario episcopale di Zona VII monsignor Piero Cresseri e don Enrico Marelli, parroco di San Martino in Balsamo, dove si svolge l’affollata assemblea ecclesiale.

 

Significato e prospettive

 

Da parte sua, l’Arcivescovo delinea la ragione generale della Visita come dovere episcopale, il suo senso specifico, «educarsi al modo di pensare di Cristo, superando il problema del cristianesimo ossia la rottura tra la fede e la vita», e l’articolazione dell’iniziativa in tre momenti. Esplicito anche il richiamo alla Via Crucis con il Santo Chiodo, che in Quaresima toccherà le 7 Zone pastorali, guidata dal Cardinale «come gesto di penitenza e di domanda di conversione perché la nostra gioia sia piena» e l’inserimento della Visita nella prospettiva della presenza del Papa a Milano il 25 marzo.

«La natura dell’incontro che i cristiani fanno tra loro è sacramentale, eucaristica, ecco perché parlo di assemblee ecclesiali - dice Scola -. Questo è lo spirito con cui partecipare a ciò che viviamo stasera: spirito di confessione, di ascolto personale della Parola con cui è Gesù stesso che ci parla, e spirito di comunione che ci permette di lasciarci incorporare a Lui». Visita, quindi, volutamente feriale, capace di incidere nella vita, perché, come è evidente oggi, «quando usciamo dalle chiese non portiamo il pensiero di Cristo nel quotidiano rischiando di rimanere fluttuanti», soggiogati «dalle letture del mondo dominanti».

 

L’identità e il dialogo

 

Iniziano le domande: Paolo chiede «come vivere, in un clima di missione cittadina, l’evangelizzazione e il dialogo con persone non credenti e di altre fedi, specie i musulmani».

«L’aspetto che mi colpisce è la necessità di conoscere la realtà, ciò che l’esperienza vissuta suggerisce all’uomo europeo. Conoscere la realtà è condizione fondamentale per vivere l’esistenza. Perché ogni giorno ricominciamo?», riflette Scola, che aggiunge: «Un “perché” che dobbiamo comprendere per stare dentro la realtà con maggiore compimento della persona. È chiaro che, se credo nella vita eterna, concepisco in modo diverso il modo di amare, di condividere il bisogno, di usare il denaro. L’analisi della realtà non è mettersi a tavolino, ma affrontare, secondo la mentalità di Cristo, i rapporti tra noi e le circostanze. Qualunque tipo di studio, pur utile, se non è un coinvolgersi, un giocarsi fino in fondo, non serve». Laddove nell’epoca contemporanea, «c’è un modo di parlare che non si coinvolge veramente con la persona, la prima questione per fare bene la missione e ritrovare in termini autenticamente personali, l’energia di coinvolgersi con gli altri».

Nasce da qui un’indicazione precisa sul confronto interreligioso, importante a Cinisello per la presenza, in certi quartieri come Crocetta, di più del 60% di stranieri (57 i profughi ospitati in città): «Per dialogare bene con i musulmani bisogna comunicare, nel rispetto di ognuno, chi siamo e ciò in cui crediamo. Se non ci muoviamo, non andiamo incontro condividendo bisogni, problemi, potenzialità, la questione rimane ferma, anche se studiamo tutto il Corano». Insomma, dobbiamo esprimere quello che siamo: «Il cristianesimo è un fatto popolare e ama la realtà perché ama la verità. Questa è la strada: Cristo come senso del vivere. Nella nostra Diocesi esiste ancora un fortissimo cristianesimo di popolo, come tocco con mano ogni volta che visito le parrocchie - nota l’Arcivescovo -. Allora dobbiamo chiedere di arrivare alle parole di Pietro: “Signore da chi andremo?”, sapendo che senza il rapporto con Gesù, non c’è vera vita».

 

La persona e la comunità

 

Poi, è la volta di Massimo che sottolinea l’importanza di essere Chiesa della città. «Come crescere perché questa non sia solo una realtà funzionale?». «Questa scelta di vivere insieme la Chiesa della città, vero soggetto ecclesiale, è intelligente e decisiva e su questa vi incoraggio - puntualizza Scola -. Il soggetto è il grande ignorato dell’epoca moderna in Europa, anche perché ci aspettiamo la spiegazione della nostra vita unicamente dalla tecnocrazia, dal potere delle scienze. Questi temi hanno molto a che fare con una Chiesa della città che è un soggetto reale che vuole approfondire la propria identità: per farlo bisogna capire che il cristianesimo è il luogo in cui è esaltato il rapporto tra la persona e la Comunità. Se quest’ultima fa fiorire la persona e la persona si dispone a vivere in comunione, essendo effettivamente dei fratelli, la Cp, la Chiesa della città funziona ed è viva». La sfida è quella di «far emergere il soggetto in comunione in modo tale che il Signore divenga una compagnia stabile per tutta la vita. Questo è un cammino: basti pensare a Gesù che è via verità e vita e al pellegrinaggio come simbolo della nostra fede. La relazione di una Chiesa aperta a 360° prevede la proposta del nostro stile di vita a tutti con libertà», cosa che «implica evidentemente la scelta della conversione».

 

Trovare comunione

 

Infine, Renata evidenzia «le fragilità della comunione e una corresponsabilità che non si fermi solo alla collaborazione». Come superare tali fatiche? «Nella grande famiglia della comunità cristiana succede quello che accade anche in ogni nostra famiglia. Non scandalizziamoci dei peccati reciproci, dell’ostinazione a non collaborare, perché ciò è legato all’insuperabile imperfezione dell’uomo. Però non dobbiamo giustificare questi atteggiamenti. Nella Chiesa vi sono compiti diversi, ma in comune abbiamo la vocazione, l’essere in Cristo, l’appartenenza a Lui che ci viene incontro sempre. Questo ci rende membri del popolo di Dio, ciascuno a pari dignità, dal Papa all’ultimo venuto. La via per trovare comunione corresponsabile è sentire nel profondo che siamo insieme alla sequela di Cristo nell’abbraccio della Chiesa. Qualunque cosa si sottrae alla comunione indebolisce la Chiesa. Ricordiamoci che la comunione è un lavoro, su cui proseguire tutta la vita con due condizioni fondamentali l’ascolto reciproco e il gesto estremo di amore che è il perdono. Trasformiamo in azione vivente, come diceva Madre Teresa di Calcutta, l’amore di Cristo».

Guarda il video ufficiale della Visita Pastorale su Youtube

Fonte: Chiesa di Milano

 

Santuario

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Il santuario di San Martino Vescovo in Balsamo (di cui è patrono e protettore) è un edificio religioso della città di Cinisello Balsamo, situato alla confluenza fra le vie San Saturnino (a sud) e San Martino (a nord), frontalmente al viale delle Rimembranze. Storicamente è stata inoltre per secoli la chiesa di riferimento della locale comunità balsamese, attorno alla quale ha avuto sviluppo fino agli inizi del Novecento l'abitato cittadino.

La storia

Le prime notizie storiche su un edificio religioso dedicato a San Martino Vescovo risalgono alla fine del XIII secolo, quando viene riportata un'Ecclesia Sancti Martini appartenente alla pieve di Desio, all'interno dell'elenco delle chiese dell'arcidiocesi ambrosiana allegato al Liber Notitiæ Sanctorum Mediolani di Goffredo da Bussero. Il primitivo edificio doveva presentarsi di dimensioni sicuramente non modeste, tanto da presentare al proprio interno almeno due altari, uno dei quali dedicato alla Madonna e collocato in una cappella laterale, lungo il lato meridionale della chiesa.

Le successive notizie storiche sull'Ecclesia Sancti Martini, fino al XIX secolo, si basano esclusivamente sulle visite pastorali condotte a partire dalla metà del XVI secolo. La loro importanza è cruciale non solo per il lavoro di censimento e rilievo degli edifici storici presenti nell'arcidiocesi, ma perché in molti casi queste visite costituivano il motore per il rinnovamento stilistico o architettonico dei luoghi di culto, come avvenuto peraltro anche per San Martino. Le fonti non attestano tuttavia ulteriori particolari né sullo stile, né sulle dimensioni effettive dell'edificio precedente all'ampliamento novecentesco. Dalla visita pastorale di padre Leonetto Clivone del 1567, risulta che la chiesa si presentasse ancora sostanzialmente invariata, caratterizzata da una pianta rettangolare, un'unica navata e una torre campanaria. La situazione risultava inalterata alla visita di Carlo Borromeo a Balsamo, l'8 luglio 1579, che nella sua delineatio riportava ancora il battistero e la sacrestia alla destra del coro.[10] A questa visita risale la più antica riproduzione cartografica della chiesa che si conosca attualmente. Si tratta di una mappa complessiva della pieve di Desio, che rileva entrambi i borghi diCiniselloBalsamo sviluppati attorno alle due rispettive chiese.

Nella successiva visita pastorale condotta nel 1596, monsignor Baldassarre Cipolla ritenne l'edificio troppo ridotto per poter accogliere tutti i fedeli balsamesi, suggerendo un ampliamento che peraltro poteva coincidere con il rifacimento della chiesa coerentemente alle nuove disposizioni della Controriforma. Risale pertanto all'anno successivo, il 1597, la stesura di un progetto che porta la firma di un tal Moneta, che prevedeva la trasformazione dell'abside da semicircolare a quadrata, la sostituzione del fonte battesimale con un battistero poligonale (collocato sul fianco settentrionale dell'edificio, in prossimità della facciata) e la sistemazione degli accessi al campanile e alla sacrestia (comunicanti attraverso due porte con il coro). L'orientamento della chiesa veniva invece mantenuto, con l'abside posta a occidente e la facciata a oriente, dotata questa di tre ingressi.

I lavori vennero portati a compimento nei primi anni del Seicento, tanto che lo stesso Federico Borromeo nella sua visita pastorale del 21 luglio 1604, attestò la presenza di otto cappelle laterali (di cui non è però specificata la dedicazione), il trasferimento del fonte battesimale, la riconfigurazione dell'abside e il collegamento fra il coro e il campanile, lamentando tuttavia l'assenza della sacrestia (i cui lavori erano bloccati alle fondamenta) e avanzando perplessità riguardo alle dimensioni complessive dell'edificio, ritenute ancora eccessivamente ridotte. La relazione del monsignor Antonio Verri, in seguito alla sua visita pastorale del 1745, risulta infine l'ultima fonte che documenta l'impianto originario della chiesa ad aula unica. In quell'occasione venne inoltre registrato un arricchimento della suppellettile ecclesiastica e degli arredi. Successivamente a questa visita, nel 1758, venne redatta una seconda mappa della pieve di Desio che andava a confermare la situazione già illustrata due secoli prima dalla precedente, con i borghi di Cinisello e Balsamo stretti attorno alle due chiese.

Nel 1856 venne ultimato e inaugurato l'attuale campanile, alto più di sessanta metri, voluto da don Giovanni Prato allora parroco di Balsamo. Fino al 1877 nelle immediate vicinanze della chiesa si estendeva linearmente verso sud lo storico cimitero di Balsamo, individuato da una croce stazionale risalente al XVI secolo, oggi dispersa. In seguito alle donazioni di terreni da parte della marchesa Cristiana Morosina, vedova del marchese Casati Stampa di Soncino, questo poté essere trasferito e ampliato in posizione più decentrata rispetto all'abitato, posto a sud est rispetto al precedente.

L'attuale assetto del santuario e l'impianto a croce latina absidata a tre navate (una maggiore centrale e due minori laterali) sono invece da imputarsi ai grandi lavori di ampliamento degli inizi del Novecento, svoltisi sotto la guida di don Antonio Colombo. La chiesa raggiunse pertanto le attuali dimensioni di 24 m di larghezza per 30 m di lunghezza, affiancata a partire dal 1923 dall'oratorio Pio XI, realizzato dall'architetto Oreste Scanavini. In seguito alla crescita urbana e demografica di Balsamo, che dal 1928 era stata unita con Cinisello nel nuovo comune di Cinisello Balsamo, la chiesa di San Martino si venne a trovare in una posizione relativamente marginale rispetto ai nuovi insediamenti urbani, sviluppatisi in direzione di Cinisello.

 

Venne pertanto decisa la costruzione di una nuova parrocchiale, decentrata all'incirca mezzo chilometro più a nord-est, in grado di garantire una maggiore capienza per i fedeli. I lavori si svolsero fra il 1957 e il 1961, anno in cui venne benedetta e aperta al culto la nuova chiesa di San Martino Vescovo, in piazza Soncino. Da allora l'importanza della vecchia chiesa (dal 1978 definita santuario) è andata scemando, pur continuando ad essere utilizzata per officiare alcune messe e celebrazioni fino al 2012.

Durante la scossa di terremoto del 27 gennaio 2012 si staccano infatti il crocifisso dalla statua della Vergine benedicente (posta sulla sommità della facciata) e alcune tegole: la statua viene messa in sicurezza e rimossa, mentre l'intero edificio viene dichiarato inagibile dai Vigili del Fuoco. L'edificio è tuttora inagibile e chiuso al pubblico.

 

Fonte: Wikipedia

 

S Martino Vescovo

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Martino nacque nel 316 o 317 nella provincia romana della Pannonia, l'odierna Ungheria. Il padre, militare, chiamò il figlio Martino, cioè piccolo Marte, in onore del dio della guerra. Ancora bambino Martino giunse coi genitori a Pavia, dove suo padre era stato destinato, ed in questa città fu allevato. Proprio a Pavia, Martino chiese di essere ammesso al catecumenato, ma, come ogni figlio di veterano aveva una carriera già trattata: l'esercito. A soli 15 anni fu obbligato al giuramento militare dal padre, irritato dalla ripugnanza del figlio per la professione delle armi e della sua inclinazione verso la vita del Monaco cristiano. Così Martino si preparò alla carriera delle armi e fu in breve promosso al grado di "circitor". Il compito delle "circitor" era la ronda di notte e l'ispezione dei posti di guardia. Durante una di queste ronde, Martino incontrò, nel cuore dell'inverno, un povero seminudo e, non avendo più denari, prese la spada, tagliò in due il proprio mantello e ne donò la metà al povero. La notte seguente egli vide in sogno Cristo, avvolto in quel mantello che gli sorrideva riconoscente.

San Martino Vescovo

Questo atto di carità probabilmente avvenne nel 338 mentre Martino era di guarnigione ad Amiens; nella Pasqua del 339 egli ricevette il battesimo. Dopo il battesimo, Martino rimase nell'esercito per circa vent'anni durante i quali condusse una vita da vero cristiano e da buon camerata, dando comprensione a tutti. Infine a quarant'anni decise di mettere in esecuzione il progetto della sua giovinezza: lasciare le armi e farsi Monaco. Dopo l'esonero dal servizio militare, Martino si recò a Poitiers, presso Ilario, suo amico, che era stato eletto vescovo. Egli aveva potuto conoscere il grande vescovo in una delle città dov'era stato di guarnigione e aveva concepito per lui un'ammirazione grandissima. Ilario lo accolse molto bene e lo ordinò esorcista, carica poco ambita, ma che avrebbe permesso al nuovo chierico di dedicarsi allo studio delle cose di Dio sotto la direzione di un incomparabile maestro. Una notte però Martino sognò che doveva convertire i sui vecchi genitori; partì allora per la Pannonia e convertì sua madre, ma non ebbe successo presso il padre, pagano ostinato. In tutta la regione dominava l'arianesimo. Per il suo coraggioso tentativo fu ingiuriato, dovette lasciare il paese. Si recò a Milano e poi in Liguria, nell'isola di Gallinara, infine tornò a Poitiers, dove Ilario lo accolse nuovamente con grande gioia, ed in questo periodo fu ordinato diacono e poi prete. Ilario possedeva a poche miglia da Poitiers, una villa e permise a Martino di ritirarvisi: laggiù egli divenne Monaco, ben presto circondato da discepoli, evangelizzando coloro che abitavano nei dintorni. Sorse così il monastero di Ligugè, il più antico conosciuto d'Europa.

Martino visse a Ligugè dalla decina d'anni, fino a quando i cristiani di Tours furono chiamati a scegliere un nuovo vescovo. Essi desideravano che Martino governasse la loro Chiesa e, per vincere la sua resistenza, ricorsero ad un sotterfugio. Un certo "Rusticus" con il pretesto dalla malattia di una moglie, andò da Martino, supplicandolo di guarirla, e poiché il santo non poteva resistere ad un appello di carità si mise in cammino. Sulla strada un gruppo di cristiani gli tese un'imboscata, lo catturò e lo condusse sotto scorta in città. Qui giunto, la popolazione lo chiamò vescovo. Eletto per acclamazione, Martino non poté sottrarsi e fu consacrato vescovo di Tour, sembra dal 4 luglio 371; il suo episcopato durò 26 anni. Martino fù un vescovo attivo ed energico propagatore della fede. Tale era l'ardore della sua fede, così grande il suo disinteresse, che la passione della giustizia lo spinse a diventare missionario tra i pagani, protettore degli oppressi e, per la sua bontà, arbitro tra i fedeli, i funzionari imperiali e gli stessi imperatori. Ma per evangelizzare occorrevano anche sacerdoti seriamente preparati: per questo Martino creò a Marmoutier, quello che potremmo chiamare il primo centro di formazione clericale dalla Gallia.

Da Marmoutier e da Tours l'attività del santo si irradiò in ogni direzione: per 26 anni, e fino alla morte, proseguì la sua opera di evangelizzazione con una mirabile giovinezza di spirito, lottando contro l'eresia ed il male e contro la miseria umana. Un giorno, sul finire dall'autunno del 397, si recò nella parrocchia rurale di Condate, per mettere pace tra i chierici in lite tra loro. Al momento di ripartire per Tours, però, si sentì allo stremo delle forze e  fu assalito dalla febbre: comprese che si avvicinava la sua ultima ora. Si fece distendere su di un cilicio e su di un letto di cenere, come era usanza degli asceti del tempo, e attese la morte in preghiera. Morì l'8 novembre 397. Il suo corpo fu ricondotto, navigando sulla Loira, fino a Tours, le esequie ebbero luogo l'undici novembre fra un immenso concorso di popolo venuto d'ogni parte. Tutti accompagnarono il vescovo fino al cimitero, dove fu deposto in una semplicissima tomba, come egli avrebbe desiderato, e dove ben presto sarebbe sorta una grande basilica. Alla grande basilica sorta a Tours in onore di Martino fu annessa in epoca seguente a un monastero con grandi edifici destinati ai pellegrini e dove tutta la nobiltà franca e merolingia aveva uno dei propri figli; anche coloro che non vi restavano come monaci vi compivano gli studi. Il corpo di San Martino fu spesso spostato: racchiuso in un cofano, o sotto un'altare, o sotto un ciborio, come si costumava all'epoca merolingia, per anni, durante le invasioni normanne, e fu conservato al sicuro; gli Ugolotti lo arsero il 25 maggio 1562. Alcune reliquie però poterono essere salvate e sono tutt'ora venerate nell'attuale basilica di Tours. Un frammento  è costodito a Ligugè, suo primo monastero. La festa di San Martino si celebra l'undici novembre di ogni anno.

 


 

Ascolta la storia di San Martino (dal sito di Radio Maria)

 

S. Martino di Tours

 

Beato Carino

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Carino Pietro da Balsamo

Biografia

Pietro da Balsamo, noto anche col nome di Carino, viene descritto come un astuto campagnolo, rozzo e avido, assoldato nel 1252 per venticinque milanesi da Giacomo Leclusa[1] col compito di uccidere Pietro da Verona, nominatoInquisitore di Lombardia da papa Gregorio IX, nel 1232. Sceltosi come complice un tale Albertino, si portò con lui a Como, facendosi ricevere dai frati del convento in cui lo stesso Pietro da Verona era priore. Scoperto che questi la mattina del 6 aprile sarebbe partito alla volta di Milano, dispose di conseguenza l'agguato, che si sarebbe consumato nei boschi nei pressi di SevesoPietro da Verona, che era partito insieme a tre conversi, raggiunse Meda verso mezzogiorno: due di loro rimasero a rifocillarsi presso una famiglia amica, mentre Pietro, in compagnia di fra Domenico, dopo aver fatto visita al monastero di San Vittore ripresero il cammino verso Milano precedendo di poco i due compagni. Addentratisi nel bosco scattò l'agguato: Albertino tuttavia, preso da terrore, fuggì incontro agli altri due frati che procedevano in ritardo, riferendo quanto stava accadendo. Carino si trovò pertanto da solo a compiere l'omicidio e si accanì dapprima contro Pietro, sfondandogli il cranio con un colpo di falcastro, dopodiché pugnalò fra Domenico che gridava cercando soccorso. Quest'ultimo sarebbe poi anch'egli deceduto, sei giorni più tardi, a Meda, dov'era stato trasportato. Disarmato e arrestato, Carino venne condotto a Milano, in cui il popolo era insorto contro la setta degli eretici, responsabili dell'accaduto. Lo stesso podestà di Milano Oldrado da Tresseno fu coinvolto in prima persona nei tragici eventi, tanto che nel giro di una decina di giorni sarebbe stato complice della fuga dal carcere di Carino, che si sottrasse così al processo; accusato direttamente fu destituito come podestà. Carino invece partì per Roma, con l'intento di chiedere l'assoluzione per la propria colpa. Tuttavia si ammalò gravemente una volta giunto a Forlì: venne pertanto ricoverato nell'Ospizio di San Sebastiano, dove confessò l'accaduto al priore dei frati domenicani, chiedendo l'assoluzione. Questi, constatato il pentimento, gli strappò la promessa che, se fosse riuscito a guarire, si sarebbe redento e si sarebbe ordinato converso. Una volta guarito Carino entrò così nel convento di San Giacomo, in cui avrebbe trascorso i successivi quarant'anni della sua vita, fino alla morte, in umiltà e penitenza, condividendo il proprio percorso con il beato Giacomo Salomoni, asceta, mistico e detto padre dei poveri.[2]

Il sincero pentimento di Pietro Carino e la sua così radicale trasformazione nel proprio intimo fecero sì che alla sua morte diventasse oggetto di venerazione, venendo in seguito nel 1822 riconosciuto come beato.

Culto

Dato che non se ne conosce con certezza il giorno della morte, avvenuta a Forlì nel 1293, la memoria liturgica è oggi celebrata il giorno 28 aprile[3], data della traslazione del capo di Carino e di altre reliquie dal Duomo di ForlìCinisello Balsamo, nella chiesa di San Martino in Balsamo, per interessamento dell'allora parroco locale, don Emilio Griffini.

Il corpo di Carino continuò ad essere custodito nella Cattedrale di Forlì fino al 4 novembre 1964, quando - su interessamento di don Piero Carcano, parroco di Balsamo fu ricomposto in un'urna insieme al capo e alle restanti reliquie collocata sotto l'altare della cripta della nuova chiesa parrocchiale di San Martino in Balsamo, che aveva sostituito in quegli anni quella vecchia, in cui erano state conservate nei trentanni precedenti le reliquie del beato.[2]

L'arma del martirio, invece, è tuttora conservata nel Tesoro della Cattedrale forlivese[4].

 

Don Emilio Griffini entra nella chiesa di San Martino in Balsamo con le reliquie di Beato Pietro Carino da Balsamo.

Fonte: Comune di Cinisello Balsamo, archivio storico

 

ss confessioni

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Ogni sabato in Chiesa dalle ore 16.00 alle 18.00.


 

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA E DELLA RICONCILIAZIONE (Catechismo della Chiesa Cattolica)

 
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